2 marzo 2017

TESTAMENTI SOLIDALI, NON SONO PIÙ UN TABÙ.
MA 6 ITALIANI SU 10 NON SANNO COS’È

di Emanuele Brecci

ROMA – Sei italiani su dieci non ne hanno mai sentito parlare. Il 57% delle persone ritiene che il gesto va compiuto liberamente, senza temere in alcun modo le reazioni dei propri cari. Un gesto che dona un senso più profondo ad una vita frenetica in cui c’è poco tempo da dedicare agli altri, che lascia una traccia di sé anche dopo la morte e che diventa un doveroso segno di riconoscenza per quanto si è ricevuto dalla vita. Se è vero che intorno al tema del testamento solidale non ci sono più sentimenti scaramantici, è altrettanto vero che sta crescendo la conoscenza e la consapevolezza intorno ai lasciti solidali. Nel 2013 per 8 italiani su 10 il testamento solidale era addirittura un tabù ed una realtà ancora sconosciuta per 7 milioni di persone che non lo conoscevano affatto. Oggi le cose sono cambiate e ad essere maggiormente informati non sono gli anziani, ma anche gli adulti tra i 45- 54 anni ed i ragazzi tra i 15 e i 17 anni, forse perché proprio a quell’età in genere si vivono le prime grandi perdite affettive come i nonni.

L’INDAGINE DOXA

Ricordare nel proprio testamento, in qualità di erede (eredità) o di legatario (lascito), una o più associazioni, organizzazioni, ente, è un’usanza che anche nel nostro Paese si sta facendo gradualmente spazio. È quanto emerge dall’ultima indagine realizzata da Doxa, su un campione di mille intervistati rappresentativo della popolazione italiana over 15, per il Comitato Testamento Solidale cui fanno parte diciannove organizzazioni no profit. «Quando abbiamo lanciato la campagna di informazione e sensibilizzazione sul testamento solidale, erano davvero pochi gli Italiani che sapevano cosa fosse e a cosa potesse contribuire. Addirittura alla parola “testamento” la maggior parte delle persone associava l’idea delle problematiche familiari, della solitudine affettiva o di un vero e proprio tabù – dice Rossano Bartoli, portavoce del Comitato Testamento Solidale e Segretario Generale della Lega del Filo d’Oro – . Oggi ci sono ancora persone che non conosco questa forma di solidarietà, ma abbiamo vinto la paura e la scaramanzia e sempre più Italiani cominciano a prendere in considerazione questo modo di aiutare chi ne ha più bisogno»
A riguardo, i dati dell’indagine parlano chiaro: 8 su 10, infatti, dichiarano che vorrebbero “dare un po’ di gioia e felicità a chi ne ha più bisogno”. In particolare, 1 su 2 vorrebbe realizzare un ospedale o, più in generale, servizi legati alla salute, all’assistenza sanitaria e alla ricerca; il 40% degli intervistati vorrebbe contribuire a sostenere una casa famiglia o progetti per i bambini in difficoltà; il 35% una scuola o programmi di istruzione ed educazione; il 33% destinerebbe volentieri i suoi averi per la costruzione di un centro anziani o per il sostegno di servizi di assistenza per la terza età.

DARE UN SENSO PROFONDO ALLA VITA

L’indagine, inoltre, esplora anche le motivazioni che stanno dietro alla scelta di effettuare un testamento solidale. «Un italiano su 3 – è scritto – dichiara che un lascito dà un senso più profondo a una vita frenetica in cui c’è poco tempo per gli altri (33%, che balza quasi al 50% tra i 15-24enni), lascia una traccia di sé anche dopo la morte (31%, con picchi del 42% fra 18-24 anni e 35-44 anni) ed è un doveroso segno di riconoscenza per quanto si è ricevuto dalla vita (30%, che sale al 40% fra i 65-74 anni)». Di sicuro, per un italiano su due il lascito solidale rimane comunque un gesto da ammirare; la restante parte è divisa fra chi dice di non avere le idee chiare su una scelta così delicata e personale e chi non lo condivide affatto. Da ricordare, negli ultimi 10 anni, il 10% degli Italiani ha inserito un lascito solidale nelle ultime volontà. A donare attraverso un lascito solidale, secondo il rapporto dello scorso anno, sono soprattutto le donne, in oltre il 60% dei casi, quasi 2 Italiane su 3, con donazioni di medie e piccole entità. Il Comitato Testamento Solidale, che porta avanti le attività di sensibilizzazione ed informazione, è composto da diciannove organizzazioni no profit: ActionAid, AIL, AISM, Fondazione Don Gnocchi, Lega del Filo d’Oro, Save the Children, Aiuto alla Chiesa che Soffre Onlus, Amnesty International, Amref, Cesvi, Intersos, Fondazione Operation Smile Italia Onlus, Fondazione Pasteur, Fondazione Telethon, Fondazione Umberto Veronesi, Progetto Arca, Telefono Azzurro, Unicef, Università Campus Bio-Medico di Roma – con il patrocinio del Consiglio Nazionale del Notariato.

Fonte: CORRIERE SOCIALE www.testamentosolidale.org

16 gennaio 2017

CASSEFORTI DI FAMIGLIA COME CAMBIA L’EREDITÀ

POLIZZE, NUDA PROPRIETÀ, NO PROFIT: COSÌ GLI ITALIANI LASCIANO IL PATRIMONIO AGLI EREDI CHE NON SONO SOLO I FIGLI

di Stefano Filippi

Sono pochi gli ereditieri come Wang Sicong, figlio di Wang Jianlin, l’uomo più ricco della Cina e tra i 20 più ricchi del pianeta secondo Forbes. Wang junior non ha accettato l’eredità di Wang senior: sembra non si sentisse pronto a prendere le redini del colosso dell’edilizia cinese Wanda group, un impero da 30 miliardi di dollari.
L’eredità comporta onori e oneri. A volte c’è qualcosa di troppo, o il patrimonio o le responsabilità oppure le tasse da pagare. Altre volte essa arriva nel momento sbagliato, come per Wang Sicong che a 28 anni preferisce sprecare i soldi piuttosto che farli fruttare.
Tra i comuni mortali non si fa torto alla volontà di chi fa testamento. Ma queste volontà stanno cambiando. C’è la crisi, i giovani fanno fatica a trovare lavoro e gli adulti a mantenerlo, e molti anziani si rendono conto che ai discendenti qualche soldo di eredità farebbe comodo subito. E c’è il progressivo diffondersi di una mentalità che nel Nord Europa e negli Stati Uniti è consolidata: sostenere fondazioni e Terzo settore che migliorino le condizioni di vita di tutti. È questa un’urgenza avvertita soprattutto da chi non ha figli, ma anche da chi si rende conto che non si può lasciare soltanto allo Stato sociale il compito di intervenire per colmare le disuguaglianze, per quel poco che si può fare. Le necessità sono cambiate rispetto a tempo fa. Può verificarsi il caso di un costoso corso universitario o un master da finanziare, un’azienda innovativa da sostenere, l’acquisto di una casa per un figlio che si sposa, la volontà di «fare le parti» in famiglia evitando dispute future. Ma anche una lungodegenza gravosa, o il desiderio di aiutare enti di ricerca medica in memoria di congiunti portati via da malattie ancora incurabili. Molti si pongono anche un altro problema: i costi dell’eredità, soprattutto per le tasse. Con l’impoverimento di questi anni, il successore potrebbe trovarsi nella condizione di non avere la liquidità per soddisfare le richieste del fisco. L’esigenza è dunque di rendere disponibile una parte dei propri averi e riequilibrare quella differenza tra generazioni che oggi continua ad approfondirsi. Sempre meno l’eredità mantiene la veste tradizionale del patrimonio trasferito in famiglia dopo la morte. Non si tratta solo di aiutare finanziariamente figli o nipoti finché non si sistemano. La questione è spremere un rendimento il più possibile regolare dal patrimonio immobiliare, valutato complessivamente in cinquemila miliardi di euro e in mano, per il 60 per cento, a persone con più di 65 anni.

IL NODO DELLE TASSE

La tendenza si registra da tempo. Nel 2013 l’associazione Altroconsumo ha condotto fra 1.300 persone un’indagine sulle ultime volontà pubblicata poi nel marzo 2014 sul bimestrale Soldi & diritti. Per l’85 per cento degli intervistati è meglio dare i soldi ai figli quando ne hanno bisogno piuttosto che accumularli per lasciarli in eredità. Più del 60 per cento ritiene che gli eredi non debbano pagare tasse e che nemmeno il coniuge superstite dovrebbe pagare nulla. Il 55 per cento ritiene che un cittadino dovrebbe avere la libertà di lasciare tutta la propria eredità a chi vuole (anche se il 42 per cento difende la legge che impedisce di diseredare) e il 69 vorrebbe riconosciuto il diritto a trasferire quote maggiori del patrimonio ai figli che hanno curato i genitori rispetto agli altri. Un numero crescente di persone chiede di poter disporre come crede del patrimonio (denaro, gioielli, titoli, opere d’arte, immobili), nei tempi e nella destinazione, anche se la legge deve tutelare gli interessi dei familiari attraverso l’istituto della legittima che di fatto consente di fare uscire dal perimetro della famiglia soltanto una parte della ricchezza. Testamento e donazioni possono essere invalidati se danneggiano i legittimari. Un modo per aggirare queste disposizioni è stipulare una polizza vita (il cui premio è parzialmente deducibile) indicando come beneficiario una persona in particolare, che può essere un erede cui fare arrivare più soldi degli altri oppure un convivente. Le polizze assicurative non entrano tra i beni oggetto di successione, quindi consentono di evitare le relative tasse, e il beneficiario può essere scelto anche fuori della famiglia. Alla morte dell’intestatario le compagnie gli liquideranno il capitale entro un mese.

IL NODO DELLE TASSE

La tendenza si registra da tempo. Nel 2013 l’associazione Altroconsumo ha condotto fra 1.300 persone un’indagine sulle ultime volontà pubblicata poi nel marzo 2014 sul bimestrale Soldi & diritti. Per l’85 per cento degli intervistati è meglio dare i soldi ai figli quando ne hanno bisogno piuttosto che accumularli per lasciarli in eredità. Più del 60 per cento ritiene che gli eredi non debbano pagare tasse e che nemmeno il coniuge superstite dovrebbe pagare nulla. Il 55 per cento ritiene che un cittadino dovrebbe avere la libertà di lasciare tutta la propria eredità a chi vuole (anche se il 42 per cento difende la legge che impedisce di diseredare) e il 69 vorrebbe riconosciuto il diritto a trasferire quote maggiori del patrimonio ai figli che hanno curato i genitori rispetto agli altri. Un numero crescente di persone chiede di poter disporre come crede del patrimonio (denaro, gioielli, titoli, opere d’arte, immobili), nei tempi e nella destinazione, anche se la legge deve tutelare gli interessi dei familiari attraverso l’istituto della legittima che di fatto consente di fare uscire dal perimetro della famiglia soltanto una parte della ricchezza. Testamento e donazioni possono essere invalidati se danneggiano i legittimari. Un modo per aggirare queste disposizioni è stipulare una polizza vita (il cui premio è parzialmente deducibile) indicando come beneficiario una persona in particolare, che può essere un erede cui fare arrivare più soldi degli altri oppure un convivente. Le polizze assicurative non entrano tra i beni oggetto di successione, quindi consentono di evitare le relative tasse, e il beneficiario può essere scelto anche fuori della famiglia. Alla morte dell’intestatario le compagnie gli liquideranno il capitale entro un mese.

PRESTITO E IPOTECA

Lo strumento storico per smobilizzare parte del patrimonio destinato alla successione è quello della cessione della nuda proprietà di un immobile: il titolare vende il diritto reale e si tiene quello di abitazione. È un istituto previsto nel codice civile che soddisfa soprattutto chi non ha eredi ai quali lasciare l’immobile. Ma non è mai stato apprezzato per la difficoltà di stabilire il valore del bene: incidono l’età del venditore e il numero di usufruttuari oltre agli indicatori immobiliari, oggi alquanto incerti. Uno strumento più flessibile è il prestito vitalizio ipotecario, introdotto dal governo Berlusconi nel 2005 e aggiornato da Renzi nel 2015. Esso consente di ottenere una somma di denaro a fronte di un’ipoteca sulla casa senza l’obbligo di pagare rate di rimborso. Gli interessi vengono capitalizzati e rimborsati soltanto alla morte del sottoscrittore, quando gli eredi acquisiranno l’immobile e dovranno decidere se riscattarlo saldando il debito (anche con un mutuo), oppure lasciarlo alla banca che lo venderà, tratterrà quanto le spetta e verserà l’eccedenza agli eredi. Il proprietario (che deve avere almeno 60 anni) senza cedere i beni ottiene denaro che può usare come crede, mentre agli eredi è concessa una certa libertà nel decidere che fare. Il rischio è soprattutto a carico delle banche.
A oggi un prestito vitalizio ipotecario viene concesso soltanto da quattro istituti: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Montepaschi e Popolare di Sondrio. Ma in molti si fa strada il bisogno di donare a iniziative benefiche, di ricerca scientifica, di assistenza, oppure la volontà di lasciare un segno di sé al di fuori della famiglia. Il testamento solidale, come mette in luce una recente ricerca cui ha collaborato anche il Consiglio nazionale del Notariato, è un fenomeno in crescita: esso interessa il 14 per cento degli italiani (era il 9 nel 2012), in maggioranza donne, e soltanto il 29 per cento lo considera una «cosa da ricchi».

AIUTO AL NO PROFIT

Lo conferma il fatto che la maggioranza dei lasciti testamentari già effettuati (46 per cento dei casi) riguarda beni mobili di valore inferiore a 20mila euro. Soltanto il 16 per cento dei lasciti ha per oggetto immobili. «È un’inversione di tendenza rispetto al passato dice il notaio Gianluca Abbate, consigliere nazionale del Notariato con delega per il Terzo settore che però non ha ancora assunto il rilievo dei Paesi anglosassoni. Bisogna intervenire su vari fattori, il primo è culturale: contribuire al mondo No profit significa aiutare la collettività e ridurre la povertà sociale, e i lasciti solidali rappresentano la maggiore fonte di sostentamento per il Terzo settore e gli enti di pubblica utilità. Ma occorre intervenire anche sul versante normativo e fiscale. Negli ultimi anni qualcosa si è mosso ma bisogna avere più coraggio. Bisogna ridurre gli ostacoli normativi per i lasciti solidali e soprattutto offrire incentivi fiscali». Secondo il Rapporto sulla sussidiarietà 2014/15, il confronto fra Italia e Stati Uniti quanto a erogazioni a favore delle Onlus è impietoso: 700 milioni di euro da noi, 151,4 miliardi negli Usa. Esistono differenze culturali (molto legati alla famiglia in Europa, più aperti al mercato Oltreoceano) ma soprattutto fiscali: in Italia deduzioni e detrazioni sono ridicole, mentre in America le donazioni a organizzazioni qualificate (chiese, scuole, ospedali, centri ricerca, charity) possono essere dedotte fino al 50% del reddito complessivo del donatore. Si spiega anche così il fatto che le più ricche fondazioni benefiche del mondo siano state istituite da magnati come il finanziere George Soros e l’imprenditore Bill Gates.

Fonte: IL GIORNALE.IT

13 dicembre 2016

FONDAZIONE CARIPLO, QUEL PATTO CON IL TERRITORIO
AL CUORE DEI TESTAMENTI SOLIDALI

di Sara De Carli

Le 15 fondazioni di comunità fatte nascere in Lombardia da Fondazione Cariplo hanno lanciato la loro prima campagna sui lasciti testamentari, a favore proprio delle fondazioni comunitarie. Il lascito andrà in un fondo patrimoniale gestito dalla fondazione, i cui rendimenti saranno destinati in modo permanente alla causa o all’ente indicato. «Un’opportunità nuova per chi vuole fare un lascito ma anche per gli enti del territorio», spiega Filippo Petrolati.

“Sempre caro mi fu quest’ermo colle», scriveva Leopardi: al posto del colle può esserci un monumento, quell’associazione che fa parte da sempre della vita di una comunità, quella causa che ci ha appassionato per tutta la vita. Lo scorso 4 ottobre, in occasione della Giornata del Dono, le 15 fondazioni di comunità fatte nascere in Lombardia da Fondazione Cariplo hanno lanciato la loro prima campagna sui lasciti testamentari, a favore proprio delle fondazioni comunitarie. Il punto di forza è il territorio, il “proprio” territorio: quello a cui – a un certo punto della vita – si può voler restituire un po’ di quanto ci ha dato. «Aiutare il tuo mondo è possibile», è il concetto chiave, che si sostanzia in un forte patto territoriale e intergenerazionale.

Il punto di partenza è la stima fatta proprio dall’Osservatorio di Fondazione Cariplo: potenzialmente da qui al 2030 il non profit potrebbe ricevere fra i 100 e i 129 miliardi di euro da eredità e lasciti. Demografia alla mano, nei prossimi quindici anni ci sarà una successione in sei milioni di famiglie, per 848 miliardi di euro di “quota disponibile”. Solo in Lombardia, potrebbe arrivare 12 miliardi di euro. Gran parte delle 15 fondazioni di comunità della rete di Fondazione Cariplo ha già ricevuto lasciti in passato, per un valore complessivo di 12 milioni di euro fra il 2006 e il 2016. «Da qui vogliamo ripartire», spiega Filippo Petrolati, responsabile del progetto “Fondazioni di comunità” di Fondazione Cariplo: «è qualcosa che sappiamo già fare, vogliamo rilanciare per dare opportunità nuove sia agli enti sia a chi desidera destinare parte del proprio patrimonio per migliorare il contesto e la vita delle persone e dei giovani che vivono le nostre comunità».

“Il fondo diventa una sorta di fondazione dentro una fondazione già esistente, con il vantaggio di sfruttare le economie di scala, di assicurare competenze specifiche nella gestione patrimoniale, di garantire la sicurezza della realizzazione perché eroghiamo a rendicontazione“ Filippo Petrolati

La peculiarità essenziale sta nel fatto che il lascito testamentario o l’eredità a beneficio di una fondazione di comunità si traducono in un fondo filantropico permanente: un fondo patrimoniale gestito dalla fondazione, i cui rendimenti saranno destinati in modo permanente alla causa o all’ente indicato nel testamento. È un “per sempre” dell’aiuto, poiché il fondo non si esaurisce mai: un contributo alla causa garantito nel tempo. «Il fondo diventa una sorta di fondazione dentro una fondazione già esistente, con il vantaggio di sfruttare le economie di scala, di assicurare competenze specifiche nella gestione patrimoniale, di garantire la sicurezza della realizzazione perché eroghiamo a rendicontazione», spiega Petrolati.

Il fondo è un’opportunità per chi vuole fare un lascito, poiché si può crearne uno nuovo – definendone nome, finalità e modalità operative – oppure si può destinare la propria donazione a un fondo già costituito, scegliendo la finalità più vicina alla propria sensibilità: «Non servono grandi patrimoni, in questo senso il fondo consente a tutti di lasciare una traccia di sé, a beneficio della propria comunità e delle generazioni che verranno». Ma allo stesso tempo il fondo è un’opportunità per gli enti del territorio: un lascito «comporta una certa capacità di gestione patrimoniale, potersi appoggiare a chi gestisce patrimoni per mission è un aiuto». In più il fondo consente di destinare il proprio lascito anche a una causa generale, svincolandosi dalla sopravvivenza di un ente specifico: «nel caso in cui il contesto socioculturale in futuro cambiasse, le volontà del donante possono essere riattualizzate grazie alla conoscenza del territorio e degli enti che la fondazione ha», conclude Petrolati.

Fonte: VITA

16 maggio 2016

IL FOUNDRAISING «PROMUOVE» I LASCITI SOLIDALI

di Elio Silva

Sono passati sette anni da quando uno studio dell’Osservatorio Fondazione Cariplo, a cura di Gian Paolo Barbetta, diede risonanza nazionale al tema dei lasciti testamentari come elemento chiave per la promozione della cultura del dono. La tesi della ricerca, accreditata dal rigore delle fonti e della metodologia utilizzate, era allora che nell’arco di tempo tra il 2005 e il 2020 il valore economico dei patrimoni potenzialmente oggetto di lasciti sarebbe ammontato in Italia a 105 miliardi, di cui 23 nella sola Lombardia. Una cifra che fece scalpore non solo per l’oggettiva rilevanza, ma anche perché a valorizzare il risultato contribuivano fattori, come il progressivo invecchiamento della popolazione e i flussi migratori, che precedentemente venivano sì considerati, ma con pesi diversi. Così, al di là dell’eco mediatica che si dissolse rapidamente, anche l’universo delle istituzioni filantropiche e delle organizzazioni non profit iniziò a guardare al fenomeno dei lasciti con un’attenzione più “scientifica” rispetto al passato, individuando in una pratica da sempre esistente nella nostra tradizione culturale e sociale, ma non specificamente divulgata, uno degli assi strategici per il sostegno e lo sviluppo delle iniziative non profit.

Non solo: quello che per secolare consuetudine era stato un ambito riservato, in via diretta o indiretta, al mondo ecclesiastico, destinatario naturale delle principali donazioni filantropiche, è diventato nell’arco degli ultimi anni spazio aperto a una pressoché infinita serie di attività, in una sorta di globalizzazione delle buone cause che vede in primo piano, per esempio, la ricerca scientifica, la lotta alla povertà, i temi ambientali e via dicendo.

Oggi non c’è organizzazione, quanto meno di taglia media o grande, che non abbia in staff una figura di fundraiser dedicata specificamente alle campagne per promuovere i lasciti testamentari. E una recente indagine dell’Unhcr sulla propensione filantropica degli italiani abbienti (si veda Il Sole 24 Ore del 21 aprile) ha rilevato che la possibilità di includere nel proprio testamento un’organizzazione non profit è considerata positivamente dal 14% del campione intervistato, mentre il 39% si dichiara contrario e il restante 47% non si esprime. La quota del 14% può sembrare a prima vista elevata, perché largamente superiore a quella media della popolazione italiana (ferma a poco più dell’1%), ma non va trascurato il fatto che i meno abbienti hanno anche meno propensione e minori motivazioni a fare testamento, per cui la percentuale dei lasciti solidali, in relazione a quanti abbiano effettivamente l’opportunità o la necessità di pianificare le successioni patrimoniali, presenta tuttora larghi margini di miglioramento.

Qui entra in gioco la variabile fiscale, che riguarda non solo le donazioni, già attualmente agevolate, ma anche il regime impositivo sulle pratiche di successione. Il tema è stato fra i più dibattuti nel corso del Festival nazionale del fundraising, che si è svolto da mercoledì a venerdì scorsi sul lago di Garda. Davanti a una platea di quasi mille professionisti della raccolta fondi Valerio Melandri, promotore della manifestazione e direttore del master in fundraising dell’Università di Bologna, ha lanciato una proposta provocatoria, ma di grande effetto: «C’è un modo sicuro per aumentare i lasciti alle organizzazioni non profit: alzare le tasse di successione. Lo conferma l’esperienza degli Stati Uniti dove, tutte le volte che la tassazione è stata ridotta, l’interesse a donare a una charity è calato, mentre nel caso opposto è sempre aumentato. La reazione della popolazione non è immediata, ma la curva dei lasciti riprende a salire fra i quattro e i sette anni dopo il cambio della normativa, ovvero quando la tassazione aumenta».

Fin troppo ovvia l’obiezione che, in un Paese come il nostro, già afflitto da un generalizzato sovraccarico fiscale, la proposta non incontrerebbe grande consenso. Ma secondo Melandri, «se anche in Italia si stabilisse che l’esenzione dalle imposte di successione (entro un certo limite) spetta soltanto a coloro che hanno fatto una donazione di almeno il 5% del proprio asse ereditario a un’organizzazione non profit, non ci sarebbe alcun aggravio fiscale per lo Stato, ma solo un grande passo avanti per le organizzazioni, che oggi sono impegnate nell’intercettare questi trasferimenti di ricchezza».

Al netto della componente provocatoria, la proposta dimostra che il mondo non profit ha acquisito ormai piena consapevolezza del ruolo attivo che può assumere nell’orientare i complessi fenomeni di transizione generazionale e si candida a favorire tutti i possibili percorsi di cambiamento che abbiano a riferimento il bene comune.

Fonte: IL SOLE 24 ORE elio.silva@ilsole24ore.com

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